Midjourney è un software in grado di generare immagini a partire da una stringa di testo usando l’intelligenza artificiale.

L’introduzione di Midjourney ha aperto dibattiti e scontri sul significato di opera d’arte. Adesso la tecnologia oltre a riprodurre le opere d’arte tecnicamente e diffonderle rendendole accessibili a chiunque, come affermava nel primo ‘900  il filosofo Walter Benjamin, può anche crearle.
Ma cos’è Midjourney? Un alleato o un antagonista per le professioni e per le professionalità creative? Parola alla nostra copy e al nostro regista che, dopo un assiduo utilizzo, sono qui per esporre i propri punto di vista. 

Midjourney: il punto di vista di Antonio, il nostro regista

Rappresentare un’idea: the old style

Midjourney, dal suo debutto, ha trasformato radicalmente il processo di creazione di un’ illustrazione per il cinema, rendendo obsoleto il metodo di lavoro precedente. Ma qual era il processo pre-Midjourney e perchè questo software si è rivelato tanto rivoluzionario?

Supponiamo che per un film io abbia bisogno di un’illustrazione che possa trasporre un’idea in immagine. Quell’immagine non esiste e non è mai esistita nella storia, è stata pensata da me per la prima volta e, allo stesso tempo, diventa per me necessario fornire a produttori, direttori della fotografia, esperti degli effetti speciali ecc. un riferimento visivo per questa idea, che vada oltre le parole della sceneggiatura. A questo punto, prima di Midjourney, avrei iniziato a cercare nella sconfinata rete del web immagini visivamente simili alla mia idea, frame di film visti decenni prima, fumetti, e così via. 

E poi? Avrei affidato il frutto delle mie ricerche ad un illustratore, in grado di disegnare la mia idea. Questo processo richiede come minimo una settimana per essere portato a termine. E non è nemmeno garantito, poi, che l’illustratore centri l’idea al primo colpo ed è così che ha inizio una serie di rimbalzi tra ideatore e illustratore, che possono protrarsi per settimane, o addirittura mesi.

Midjourney’s revolution: dall’idea al disegno con un click

E invece come si trasforma il processo con Midjourney? L’azione è una sola: descrivere l’idea in una stringa di testo e… il gioco è fatto e l’immagine generata!

Potete solo immaginare cosa possa provare chi come me nella vita ha avuto come unica via l’approccio “tradizionale”. È qualcosa di assimilabile al possedere una lampada di Aladino, con la differenza che hai 200 desideri al mese, sempre che tu non voglia scegliere il pacchetto premium. Insomma, i vantaggi sono davvero innumerevoli e man mano che si affina il prompt si ottengono oggetti sempre più vicini alla propria idea, se non migliori! Si possono poi dare anche indicazioni di stile scegliendo tra il cinematografico, l’olio su tela, il 3D, il cyberpunk, il fluo, il realistico e tutti gli altri.

Ma quali sono i limiti di Midjourney?

Parlando dei limiti, al momento innumerevolmente inferiori ai vantaggi, ho riscontrato alcuni problemi nel far illustrare azioni e interazioni con più personaggi, con l’obiettivo di ottenere degli storyboard completi. Ma, a mio avviso, non ci vorrà molto prima che questo diventi fattibile.
Passando agli umani, in alcuni casi fortunati, gli illustratori cui ci si affida riescono a produrre concept visivi che superano creativamente l’idea del regista. Questo è possibile perchè apportano il proprio punto di vista umano all’interno della narrazione dell’idea fornita dal regista, cosa non possibile con Midjourney, con cui per esempio non puoi andare a prendere una birra al pub, empatizzare e raccontargli da dove è nata l’idea.
Ma come procederà l’interazione uomo-macchina in questo campo? Come si equilibreranno le professioni? Sarà compito dell’illustratore dover suggerire il prompt?
Qui si apre un dibattito tra il filosofico, l’esistenziale ed il linguistico. Nel frattempo io mi sento come la scienziata di Arrival, quando capisce per la prima volta che la chiave per parlare con gli alieni sono le parole.

Midjourney: il punto di vista di Tosca, la nostra copy

Le parole che si guardano

Midjourney è sicuramente una rivoluzione, perché non serve essere creativi per arrivare a un risultato creativo. Dal punto di vista del copy lo è anche perché dà alle parole il potere di creare immagini. 

Ho realizzato cosa significasse essere un copy quando, agli inizi della carriera, spiegando ad un amico cosa facevo per lavoro, ho detto che scrivevo cose che nella maggior parte dei casi non si leggevano, ma si guardavano.

Quella del copy, sempre in coppia col suo art, è una storia di parole imprescindibilmente legate alle immagini. Midjourney non fa eccezione: nell’IA il design si crea con le parole, anche se in questo caso non serve essere esperti del programma o conoscere determinati parametri per ottenere un risultato visivo, perché il software è machine learning e riempie da solo gli spazi vuoti, arrivando a unire concetti anche non direttamente correlati.

Resta vero, però, che più è accurata la scrittura dei prompt, migliore sarà l’opera. Più complessa la descrizione, più complesso l’output.

L’importanza delle parole in un software per immagini

Significa quindi che ai tempi dell’AI le parole rivendicano la loro importanza sulle immagini? 

Non è dato saperlo. Di sicuro i designer e gli art dovranno imparare a fare il lavoro del copy: scrivere e dare reference. Scegliere con cura ogni parola che compone il prompt. Soppesare i vocaboli, perché ogni sfumatura determina un dettaglio visivo. 

E magari l’arte di saper scrivere i prompt diventerà essa stessa un valore, la cui property sarà protetta dai diritti allo stesso modo dell’opera che produce.

Quindi Midjourney è una risorsa in grado di supportare il lavoro creativo o uno strumento che rischia di svuotare le arti visive del loro valore perchè prodotte dall’AI? A voi i commenti!